Breve Storia e Leggenda dell'arco
Secondo accreditati studiosi l’invenzione dell’arco risale al mesolitico, cioè, in ci fra tonda, a circa 12.000 anni fa. Siamo sul finire dell’ultima glaciazione, quella di Würm: l’uomo, al seguito degli animali (a loro volta al seguito della vegetazione) risale le valli abbandonate dai ghiacci e, in questo contesto, appare logica l’invenzione di una nuova arma.

Un territorio che fu letto di un ghiacciaio non ha una folta vegetazione che favorisca l’at tacco ravvicinato alla preda, assomiglia piuttosto ad una tundra: disporre di un’arma a lunga gittata può essere di importanza vitale. Sulle rocce dei monti, sui grandi e piccoli massi erratici lasciati dai ghiacciai nelle pianure, accanto a fioriture di misteriose coppelle, compaiono graffiti raffiguranti uomini armati di arco. Ma nulla esclude che esso esistesse prima (e magari molto prima) che qualche artista primitivo decidesse di rappresentarlo. Poteva già esistere da secoli o millenni. Tra l’altro, è costruito con materiali facilmente deperibili, in capaci di lasciare tracce fossili.

Porre l’origine dell’arco nell’ultimo paleolitico (paleolitico superiore) non appare quindi azzardato. Lo si può benissimo collocare in quello splendido periodo maddaleniano di esplosione artistica (quindi intellettuale e concettuale) che è stato felicemente definito il «Rinascimento della preistoria» e che ha la sciato lavori pittorici che non sfigurano, quanto ad intensità espressiva, rispetto ai grandi capolavori di ogni tempo. Tra queste antichissime pitture, in Spagna, alcune mostrano uomini armati di arco. Siamo, in cifra tonda, attorno ai 12-30.000 anni orsono. E un periodo (molto breve su scala evolutiva) di transizione tra due mondi, e, come tale, gravido di fermenti. La fine di un’era: il grande paleolitico musteriano con i suoi massicci, tarchiati, un po’ ottusi (e forse biondi e occhiazzurrini) neandertaliani, non ha retto l’impatto con l’uomo nuovo (cioè con noi) ed è rapidamente e misteriosamente scomparso, inghiottito dai millenni.

Ha compiuto la sua funzione, ha passato la fiaccola dell’Evoluzione.

L’uomo nuovo, il «Sapiens sapiens», rapida mente brucia le tappe. Un breve (su scala evolutiva) paleolitico superiore, trentamila anni in tutto, con i suoi grandi capolavori pittorici, e un brevissimo mesolitico, pochi millenni. L’inizio di un’altra era: ormai i tempi evolutivi corrono veloci, quasi convulsi, l’altra grande, brevissima rivoluzione, il neolitico, con l’invenzione dell’agricoltura e della pastorizia, è nell’aria. E, vicinissima, è all’orizzonte l’età del rame, poi del bronzo, infine, con gli Hittiti, quella del ferro. Con l’agricoltura e la pastori zia nascono la proprietà, il villaggio stabile, la necessità di difenderli. La difesa di una cinta: quale arma migliore dell’arco? Da qui, verosimilmente, parte la marcia trionfale di quest’arma internazionale, che si diffonde rapidamente nel mondo, Americhe comprese. Impossibile seguire tutti gli infiniti rivoli attraverso cui scorre la storia della diffusione dell’arco.

Esso invade ogni cultura: dai monumenti della splendida e solare civiltà egizia i faraoni, l’azzurro elmo da battaglia in capo, la faretra a lato del carro, fulminano stuoli di nemici con grandi archi dalla bellissima curva. Dai basso rilievi mesopotamici, truci monarchi assiri trafiggono leoni con tozzi, potentissimi archi a doppia curvatura. Siamo in un’altra epoca di transizione, splendida e drammatica come tutte le epoche di transizione: all’epoca protostorica, fine della preistoria, inizio della storia.

Epoca micenea, gli eroi omerici, l’inizio del mito greco. L’arco sanguinosamente trionfa: schiere di arcieri si affrontano, Pandaro ferisce con l’arco Menelao e rompe la tregua tra Greci e Troiani, Ulisse, al concludersi della sua odissea, stermina con l’arco i pretendenti parassiti. Archi mitici, costruiti con grandi corna di capro e rifiniti in metallo, magari con l’intervento di un artefice divino.

Marte il guerriero, Apollo l’arciere, Diana la cacciatrice, brandiscono archi sfolgoranti. Venere no: la regina dei talami è troppo bella, sofisticata e languida per affrontare i rudi ci menti della guerra. Per lei tendono l’arco Cupido e schiere di Amorini.

Gran movimento di popoli, l’invasione dorica, una donna bellissima, una guerra feroce, una strage finale, una quantità di stragi familiari. Micene, la regale Micene, la tragica Micene: inizio della tragedia greca.

I Dori, popolo di lancieri, spregiavano l’arco, e un po’ di questo disprezzo affiora in Omero, il fondatore della grecità. Inizio del pensiero greco, inizio del pensiero moderno. La tecnica dell’arco evolve.

In Oriente diviene composito, costruito con materiali vari (tendini e corna di animali, legno e metallo) tra loro strettamente collegati con legature, anelli e materiali adesivi a forma re i bracci elastici, e assume forme sofisticate, a doppia curvatura, «ricurve» e anche «riflesse» con l’aggiunta di terminali rigidi, che hanno un po’ la funzione degli eccentrici nei modernissimi archi da caccia: è, in fondo, l’evoluzione dell’arco descritto da Omero.

L’Occidente, dal pensiero più astratto e razionale, concepisce un arco più semplice nel materiale (legno) e nella forma mono-curva, in definitiva più efficace, anche se forse meno potente: il long-bow inglese, in legno di tasso, ne è l’esempio più famoso. Le gittate superano i 200 metri, ma si favoleggia ben di più. Dalla ballista romana, rivisitata nel Medio Evo, nasce la balestra.

E siamo di nuovo in un’epoca cruciale di tremenda transizione: il Medio Evo e la sua fine. L’arco recita da protagonista la sua ulti ma grande epopea: battaglie di Hastings, di Crécy, di Azincourt, cento altre. Ma a Crécy, nascosto tra le schiere di armati e di arcieri, goffo, pericoloso e inefficace, ma gravido di tutta la cruenta storia futura, fa udire la sua vo ce l’oggetto tremendo e misterioso che decreterà la morte dell’arco: la prima arma da fuoco.

Piano di lavoro

Come tutte le cose geniali, l’arco è una macchina molto semplice, pur sottendendo una quantità di concetti sofisticati. Possiamo dunque capire in modo eccellente i fondamenti del suo funzionamento utilizzando una intelaiatura teorica altrettanto semplice: e cioè il concetto che l’arco è un trasformatore di energia. Con buona pace dei teorici raffinati (e con molta pace dei lettori) useremo perciò il mini mo di matematica: in sostanza il solo principio di conservazione dell’energia. Ciò è quanto serve e basta. Scriveremo cioè soltanto che l’energia elastica immagazzinata nei bracci elastici si trasforma (in massima parte) nel l’energia cinetica della freccia, e in poche altre energie di modesta entità. La pura e semplice discussione di questo bilancio energetico e del le sue conseguenze porterà nel modo più naturale ad una comprensione profonda ed appagante dell’intimo funzionamento dell’arco.

L’arco è, in sostanza, una molla: parleremo dunque a lungo anche di molle. Qui l’origine del libro diviene curiosa, ed è un esempio di come conoscenze acquisite in campi (apparentemente) lontanissimi, possano confluire nella soluzione di problemi del tutto diversi. Buona parte del lavoro deriva infatti da uno studio sistematico sulle molle che ebbi modo di svolgere al Centro Ricerche FIAT nell’ambito del mio quotidiano lavoro (che svolgo, con sommo piacere e molti grattacapi) sui motori da competizione. Questo per quanto attiene la balistica «interna» dell’arco.

Per quanto riguarda la balistica «esterna» e «terminale» useremo concetti ben noti della balistica generale, e, per non appesantire il di scorso, si svolgerà il tema in modo alquanto succinto e largamente qualitativo, rimandando il lettore desideroso di maggiori approfondimenti, ai testi base della scienza balistica.